



Cari amici
La rivista A+L si è arenata al 13° numero.
Ce ne sarebbe pronto un quattordicesimo, pensato come supplemento al precedente, dove 4 poeti leggono ancora il Cinema, ma sul tema della Morte. Avrebbe dovuto essere stampato il novembre scorso, ma non ha trovato lo "sponsor".
Ci siamo chiesti in queste settimane che cosa farne, ci dispiace cestinarlo e così abbiamo deciso di organizzare una "sottoscrizione" tra gli amici della libreria ARS.
Vi chiediamo, quindi, di darci un aiuto per stampare questo numero 14, un aiuto concreto e simbolico, allo stesso tempo, 10 EURO da consegnare in libreria entro la fine di febbraio.
Il numero 14 di A+L uscirà, quindi, sponsorizzato da tutti noi, nelle modalità e nelle forme che questa sottoscrizione lo permetterà.
Ringraziandovi anticipatamente, vi aspettiamo.
Cordiali saluti
l.+A+L


Artista: MICHAEL PAYSDEN
Titolo: Lars Ibri in Tangiers
Medium: olio su tela
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel. 035 247293
Inaugurazione: sabato 9 gennaio 2010, ore 18
Periodo: 9 gennaio – 13 febbraio 2010
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 14,30 – 18
sabato: 10 -13 ** 14,30 – 18
Michael Paysden nasce in Inghilterra, ma ama definirsi “cittadino del Mondo”.
Ha vissuto in diverse città europee e per ben due volte a Bergamo, dove ora vive e lavora da alcuni anni.
Di formazione letteraria ha un’abbondante produzione di veri e propri libri che realizza personalmente in pochissime copie. (Un esempio di questa produzione è visibile fino al 30 gennaio presso la Biblioteca Caversazzi).
La grafica e il fumetto sono i suoi medium di affezione.
Le opere esposte alla Libreria Ars sono, infatti, cinque grandi tele simili a pagine di un fumetto, scandite, tagliate, attraversate dalle sequenze della storia. Storia che ha come protagonista Lars Ibri, personaggio ombroso ed enigmatico che attraversa un mondo fatto di situazioni, si relaziona con personaggi un po’ veri e un po’ automi. Un mondo scrutato da zumate su particolari anatomici e continuamente attraversato da simboli e feticci.
Diversi sono i rimandi artistici e culturali del lavoro di Michael: il mondo tardo-surrealista di Mirò, di Wilfredo Lam e Sebastian Matta; un trattamento pittorico alla Valerio Adami e suggestioni da Danilo Buzzati (uno degli autori preferiti da Michael). Tutto questo, poi, filtrato dalle specificità di un certo Graffitismo colto, Penke e Harring, tra questi.
Il titolo stesso della mostra: L’ars Libri in Tangiers è un omaggio e un riferimento ai mondi, meglio dire sotto-mondi di Burroughs.
Abbiamo così tratteggiato gli ambiti culturali e artistici in cui si muove Michael per realizzare, come in questa occasione, lavori gioiosi e vitalistici, trasudanti immaginazioni ed incubi. Fatti di stesure di colore piatto intenso e sensuale. Dove le poche nuvolette presenti sono prive di parole. Quasi ad affermare il primato dell’esperienza su quello della parola, rovesciando la parafrasi in: scripta volant, esperientia manent.
Luciano
Bergamo 7 gennaio 2010


Artista: BARBARA CICOLARI e GIOVANNI DE FRANCESCO
Titolo: Physionotrace
Medium: fotografie e sculture istallate
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel. 035 247293
Inaugurazione: venerdì 27 novembre, ore 18
Periodo: 27 novembre – 3 gennaio 2010
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 14,30 – 18
sabato: 10 -13 ** 14,30 – 18
domenica 6 – 8 – 13 – 20 dicembre 10 – 13
Physionotrace non è una mostra collettiva, è una mostra a quattro mani.
Ricordo un capitolo de “L’uomo senza qualità” in cui Clarisse analizza il rapporto sentimentale con Walter a partire da come lei e il suo compagno suonano a quattro mani una sonata per pianoforte. Le sfumature, il tocco, l’anticipare o il rallentare, il sentimento o l’energia più o meno messe nell’esecuzione, sono un modo per Clarisse di capire se stessa e Walter.
Oh, questo non c’è in Physionotrace, o, per lo meno, non la stessa intensità emotiva e pathos. Ma lo scambio e le pluralità di un’opera “suonata” a quattro mani c’è anche qui. Anche qui c’è un’analizzare un percorso comune che, iniziato nel 1999, oggi, in Physionotrace, si rinnova.
10 anni sono passati e le opere esposte ne sono testimonianza; tempo concentrato, materializzato. A partire da quell’orologio meccanico che è “XYZ” dove 24 diapositive scorrono a mostrare una serie di scatti fotografici realizzati nel 2002 in un capannone della ditta Siteco di Curno. Un iglù traforato da una serie di oblò, allusione diretta al sole e alla luna, in una calotta celeste artificiale che da lì a pochi anni sarà distrutta per lasciare posto a costruzioni più anonime. Un tragitto interrotto, concluso. Distrutto. Forse recuperato oggi come metafora di un tempo che fu.
Le strade di Barbara e Giovanni da allora si differenziano, ma non si allontaneranno mai di molto.
Di nuovo si incontrano oggi, 2009, in questa mostra dove il tempo, quello reale, quello che materialmente crea e distrugge le cose, o più semplicemente le modifica, si materializza in un’opera che vuol dare concretezza e forma al tempo che passa.
Analizzare la propria fisionomia è un costatare, per chi si conosce bene, quanto il tempo abbia lavorato.
E questo non poteva essere fatto semplicemente con un ritratto reciproco o una fotografia. La scelta del calco è un modo per essere più aderenti possibile al reale, nel tentativo di bloccare un’oggettività già di per sé impossibile. Nessuna distanza, neanche la minima, è tollerabile nel tentativo di definire fedelmente l’esteriore, visto che tutto il resto, l’interiore, abbiamo imparato, più ci si addentra e più si oscura.
Il calco ha in sé l’illusione della cosa, non una sua rappresentazione, non un suo doppio; bensì la cosa-stessa, sia pure in negativo.
Ma una realtà in negativo è ancora reale?
C’è un’altra cosa interessante in quest’opera, anzi di curioso. Questo calco non è normalmente collocato di fronte all’osservatore, quasi fosse “l’altro”, bensì inglobato in una forma scultorea in gesso dalle sembianze di una montagna, e, per lo più, collocato in alto, tanto da essere visibile solo da sotto in su. (Innaturale esso stesso come la sua possibile visione.)
Il discorso qui si sposta sul terreno del simbolico.
Questa forma cuspidata, tutta piena di segni, rughe, creste e avvallamenti che immediatamente si percepisce come montagna, e in quanto tale simile ad ogni altra e, nello stesso tempo, diversa da tutte, si contrappone con la sua magnificenza, con la sua idea di immutabile ed eterna alla caducità dell’essere umano che, però, ad essa si sente simile e di cui si sente parte.
luciano
Bergamo 20 novembre 2009


Artista: AA.VV
Titolo: Il ritorno dell’Ofisauro
A cura di: Italo Chiodi
Medium: tecniche miste
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel. 035 247293
Inaugurazione: sabato 17 ottobre 2009, ore 18 > 20
Periodo: 17 ottobre – 21 novembre 2009
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 14,30 – 18
sabato: 10 -13 ** 14,30 – 18
Slèggere
Quando un libro non vuole farsi leggere
Il punto di partenza del nostro viaggio è l’incontro (vero) con un libro che, non volendo farsi leggere, è riuscito misteriosamente a venir fuori dalla tipografia tutto spaginato.
È Il ritorno dell’Ofisauro di Gioia Perrone, giovanissima poetessa leccese al suo esordio editoriale (per i tipi de I libri di Icaro) e parte attiva ed entusiasta del progetto.
I protagonisti della storia, oltre naturalmente a Gioia, la poetessa, e all’Ofisauro, animale esistito due miliardi di anni fa, sono Valentina, curatrice della grafica e dell’impaginazione del libro, la tipografia, involontaria responsabile dell’errore editoriale, l’Associazione Culturale Germinazioni di Lecce, Italo Chiodi, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Milano, che, in collaborazione, ha riproposto il progetto d’intervento artistico su, dentro, con, attraverso, il libro stesso che si ribellava alla lettura, amici artisti e studenti che hanno riscritto a modo loro Il ritorno dell’Ofisauro, la libreria Ars, ospite dell’esposizione, e infine, il lettore, ultimo anello della catena e primo di un’altra circolarità. Che porterà il libro a vivere come libro e la storia, vera o falsa che sia, ad essere storia da raccontare e da tramandare.
Ritornando tra noi l’Ofisauro non ha voluto mostrarsi a chiunque, si è nascosto sornione tra i segni tracciati e i gesti scritti, tra i disegni e i colori, ribellandosi ad uno sguardo non predisposto all’ascolto. Il suo desiderio è per ora quello di consegnarsi mansueto tra le braccia di chi vuole farsi raccontare questa storia.
Italo Chiodi
Bergamo 3 ottobre 2009
La mostra che vede la partecipazione di 30 autori verrà suddivisa in 2 parti.
Il primo gruppo che esporrà dal 17 ottobre al 3 novembre sarà composto dai seguenti autori:
Fabrizio Agustoni, Andrea Cacace, Sergio Calzolaro, Roberto Casiraghi, Laura Castellani, Luigi Compagnoni, Nicoletta Freti, Stefania Paganessi, Lucio Palmieri, Marta Pirotta, Andrea Romano, Giulia Savorani, Luca Tagliafico, Domizia Tosatto, Daniela Zanarotto.
Il secondo gruppo, dal 4 novembre al 21 novembre, sarà composto da:
Cinzia Benigni, Italo Chiodi, Derek M.F. Di Fabio, Daniele Fabiani, Giuseppe Gamba, Sivia Garis, Jessica Gaudino, Piermario Imberti, Domenico Liguigli, Francesca Nacci, Guido Nosari, Marco Pezzotta, Domenico Pievani, Marco Rossi, Matteo Zinesi

Artista: CINZIA BENIGNI
Titolo: [……..]
Medium: video
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel. 035 247293
Inaugurazione: mercoledì 9 settembre 2009, ore 18 > 20
Periodo: 9 settembre – 14 ottobre 2009
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 14,30 – 18,30
sabato: 10 -13 ** 14,30 – 18,30
Se gli sport individuali possono essere, insieme, metafora e sublimazione dell’atavica lotta per la sopravvivenza, gli sport di squadra lo sono della guerra. E, tra questi, nel calcio, il “calcio di rigore” è per me come l’atto di una fucilazione; tanto che cerco di evitare di guardarlo e, in ogni caso, non esulto se la “mia” squadra segna.
Vi è lì un tempo sospeso, un gelo, un accumulo di tensione che mi inquieta non poco.
Ricordo, anche, che da bambino, quando si scendeva giù in cortile a giocare a pallone, se tra noi c’era una bambina, era “destinata” in porta. Del resto il portiere nella squadra di calcio è un po’ una figura femminile, ha una porta (una casa) da difendere…
Ma solo quest’ultima affermazione, penso, si avvicini alla lettura che Cinzia fa di questo ruolo del gioco del calcio. In lei, più che di guerra si può parlare di lotta, meglio, di schermaglia amorosa. Sì, perché, per Cinzia, questo essere un portiere, nel video (Io portiere) esposto alla libreria ARS, è una metafora della questione femminile, un modo di riflettere su come l’ancestrale schermaglia dei sessi si sia concretamente evidenziata nei secoli. E lo fa trattandola con ironia e leggerezza, proprie dei suoi anni e del suo carattere, ma non senza una punta di amarezza. Nessuna lettura ideologica o dogmatica, quindi, bensì una certa ambiguità, di situazioni e di ruoli, che contribuisce ad arricchirne la lettura.
Anche nell’atro video esposto (Io inseguo me) c’è questa traslazione di ruoli.
Chi è il carnefice o la vittima nella naturale lotta del gatto col topo?
OK, il gatto è il carnefice e il topo, la vittima! Così, almeno, quasi sempre. Ma se entrambi hanno lo stesso aspetto e solo uno è un po’ più grande dell’altro…? Ma se entrambi non sono altro che le due nature della stessa persona?
Bhe, in questo caso ci piacerebbe che, come in Tom e Jerry, fosse il topo ad avere la meglio, così come ci piacerebbe che, ogni volta, il portiere parasse il “calcio di rigore”.
luciano

Artista: ROBERTO BARCELLA
Titolo: “… giro, giro in tondo …”
Medium: disegni e fotografie
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel. 035 247293
Inaugurazione: giovedì 16 luglio, ore 19 → 21
Periodo: 16 luglio – 1 settembre 2009
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 16 – 19
sabato: 10 -13 ** 16 –19
Un fluire continuo di immagini attraversa inesorabilmente il nostro quotidiano che noi, a nostra volta, attraversiamo, ma che, anche, ci attraversa, sedimentando in noi stratificazioni di esperienze, sensazioni ed emozioni: la nostra “corteccia”, dalla quale partiranno, poi, gli imput per l’immaginazione, sia essa di ordine creativa che esistenziale; per immaginare noi stessi (il nostro mondo), che fuori da noi (il nostro fare nel mondo).
Questo andare reale e metaforico, anche nelle forme più lineari o meno contraddittorie, risulta essere, di fatto, un girare attorno (i movimenti cosmici ce lo insegnano).
Ma c’è un girare in tondo con lo sguardo “aperto”, come quello dalla giostra, che vede il mondo girare, mentre è lui che gira; che vede passare le cose e ripassare, in una reiterazione che inebria (“mi gira la testa”) e che acquieta (la gioia di costatare che i volti sorridenti dei genitori riappariranno ogni volta, dopo un breve distacco, sempre, dopo l’insegna gialla della bibita).
E c’e lo sguardo “chiuso” che continuamente gira attorno alla cosa o a noi stessi, in un movimento apparentemente assente perché tutto interiore.
Questo è ciò che espone la libreria ARS delle opere di ROBERTO BARCELLA: lo “sguardo aperto” sulle cose del mondo nelle fotografie, nelle polaroid, e lo “sguardo chiuso” dei simboli, dei desideri dei sogni nei disegni.
Un girare attorno e un girare in torno: il più classico tra i fluire del cosmo.
luciano
Artista: RAFFAELLA DELLA OLGA
Titolo: Le cylindre invisible
Medium: pastello su carta
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel. 035 247293
Inaugurazione: giovedì 18 giugno, ore 19 → 21
Periodo: 18 giugno – 14 luglio 2009
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 16 – 19,30
sabato: 10 -13 ** 16 –19,30
Dopo la sfarfallante indeterminatezza dell’Impressionismo si dice che Cezanne cercasse un modo di rapportarsi con la natura e la realtà che partisse da forme semplici e solide: la sfera, il cono e il cilindro.
Meno di cento anni dopo questo cilindro nell’opera di Gino De Dominicis diventa invisibile.
Non è sparito, anzi è ben preciso nella mente; concettualmente e geometricamente più che definito, ma diventa invisibile e impalpabile ai nostri sensi. Lungi dal negare la sua esistenza, sul piano dell’esperienza, i nostri sensi percepiscono, però, il suo non-esserci.
Molti dei lavori di De Dominicis operano sulla linea di confine tra essere e apparire, tra realtà e finzione,o meglio, tra verità e inganno, nelle zone estreme della rappresentazione e del rappresentabile.
Le cylindre invisible che Raffaella della Olga espone alla libreria ARS è un omaggio alla figura di Gino De Dominicis, da diversi anni lui stesso invisibile, come il suo cilindro, già molto prima della sua scomparsa. Lo fa praticando uno dei territori più cari a De Dominicis, quello della riduzione al minimo dei mezzi espressivi; quello della realizzazione di un’opera “difficile”, che sfidi le leggi del visibile e dell’invisibile.
luciano
Bergamo 10 giugno ’09
Raffaella della Olga, nasce a Bergamo. Conseguita la Laurea in Giurisprudenza, si iscrive all’Accademia Carrara di Belle Arti e prosegue i suoi studi all’Accademia di Brera a Milano. Dopo qualche anno si trasferisce a Parigi per seguire dei corsi di perfezionamento e qui si stabilisce.
Ha esposto in diverse mostre in Italia, in Francia e in Europa, tra le quali ricordiamo:
2007 – personale alla No-gallery, Milano
2008 – “Wall of dravings”, Dover (GB)
2008 – “ Fry Down”, gallerie Philippe Samuel, Parigi (F)
2009 – a settembre parteciperà a “Art-O-rama”, Marseille (F)
Le cylindre invisible è la sua seconda mostra alla Libreria ARS, dopo la prima tenutasi nella primavera del 2003

Artista: LUCA RESTA
Titolo: Boxes
Medium: installazione
Luogo: ARS arte+libri, via Pignolo 116, Bergamo – tel.
Inaugurazione: sabato 28 febbraio, ore 18,30 →
Periodo: 28 febbraio – 31 marzo 2009
Orario: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 15 – 18,30
sabato: 10 -13 ** 15 –18,30
DA FUORI
Per parlare dei lavori di LUCA RESTA si potrebbe risalire sino a: L’enigme d’Isidore Ducasse di Man Ray, passare per gli oggetti impacchettati del primo Christo, sino ad arrivare alle scatole Brillo di Andy Warhol.
Se si vuole, si può andare ancora più indietro, ai quadri tromple l’oeil tra 6/700 che in qualche modo anticipano il Paolini de: Senza Titolo del 1962, fino a Magritte di Ceci n’est pas une pipe per riflettere anche su cosa sia veramente ciò che ci sta davanti.
Sì, perché i lavori più noti di Luca Resta sono delle scatole; sono delle scatole che non lo sono, o meglio, che contengono solo se stesse.
Parafrasando e ribaltando la Szymborska de La cipolla, le scatole di Luca sono “scatolose fuori e scatolute fino al cuore”. Sono scatole che riempiono di sé tutto il loro spazio interno, annullandosi nella loro essenza e rappresentandosi solo nella forma.
E qui tutti i discorsi possibili tra “essere e apparire”, tra “forma e sostanza”, anche tra “superficie e profondità”, tra “pelle e interiorità”, fra “visibile e invisibile” e chi più ne ha….
Come già gli artisti menzionati all’inizio, Luca mette in atto un ribaltamento delle priorità. Non già al contenuto, ma al suo involucro sofferma l’attenzione, a quella cosa di cui, solitamente, ci si sbarazza in fretta per arrivare alla sostanza. Soffermarsi sull’involucro a prescindere del contenuto e indagarlo con la stessa attenzione, cura e curiosità di solito riservate a quest’ultimo, è il messaggio di Luca. Quanti segni, quante storie, quante cose possono dire questi umilissimi involucri.
Forse è una dichiarazione di impossibilità ad affrontare le Grosse Questioni direttamente, o forse è un metodo per poterci, di fatto, avvicinare.
Molti altri e ben più dotti discorsi si potrebbero fare ancora, ma i lavori di Luca non se ne danno peso.
Fatti di pietra stanno lì, umili e silenziosi, semplici, nel loro peso.
Le scatole, si sa, delimitano uno spazio e ci sono spazi che sembrano scatole.
Deve essere questo che ha pensato Luca dello spazio espositivo della libreria ARS.
Anche in Boxes, Luca, mette in atto un ribaltamento: da scatole impenetrabili a una scatola in cui bisogna entrate. Per giunta, in una scatola fatta di scatole, una scatola che è la somma di svariate scatole, tutte ugualmente scatole e, nello stesso tempo, tutte diverse.
Anche qui, per chi vuole, un’altra metafora.
luciano.
DA DENTRO
L’opera presentata nello spazio della libreria Ars: Boxes (2009) è il risultato di un’operazione di raccolta, analisi ed archiviazione di un elemento recuperato dal tessuto urbano.
Boxes è quindi una collezione.
L’interesse per le scatole ha un’origine nascosta, forse legata ad un fascino per il trash, ma probabilmente anche per un valore simbolico legato a questo oggetto cosi semplice e, allo stesso tempo, così complesso.
La scatola viene interpretata come la raffigurazione dell’inconscio e del corpo materno e, inteso come “Vaso di Pandora”, è il simbolo di ciò che non bisogna aprire.
La scatola risulta essere il nostro inconscio, con tutte le sue possibilità impreviste, eccessive, distruttive o positive, ma sempre irrazionali, se lasciate a se stesse.
La scatola è l’esaltazione dell’immaginario che affida all’ignoto tutte le ricchezze dei nostri desideri e vede in essa il potere illusorio di realizzarli.
La scatola ha quindi valore soprattutto per il suo contenuto metaforico.
Nel caso specifico l’installazione vuole essere non l’appropriazione pesante di uno spazio, ma il tentativo di presentarsi come dialogo con ciò che già lo spazio contiene.
A prima vista potrebbe sembrare una semplice “messa in luce” di un magazzino, cosa che invece non è.
Le scatole, accatastate una sopra l’altra, sono in mostra. Presentano allo spettatore la loro “carta di identità”,
i loro segni, le loro ammaccature e i loro odori. Sono oggetti capaci di raccontare una storia, la loro storia ma anche la nostra, piena di cose incomprensibili e di lati oscuri, storie che forse vale la pena di analizzare.
Luca Resta
